Genova. Convegno La musica oltre i suoni:
parole sulla musica
La Fnac in collaborazione con Music
Line presenta il primo convegno nazionale “La musica oltre i suoni:parole
sulla musica”. Un ciclo di quattro conferenze-incontri su temi riguardanti i
contesti, gli ambienti, gli operatori, i riferimenti culturali, le filosofie
esistenziali, le strategie educative e le problematiche nella maniera di
rapportarsi alla musica.
Coordinamento:
Gianni Martini, Music Line.
Filosofia,
letteratura e musica.
Le diverse maniere di pensare la musica. Dagli antichi Greci alle espressioni
metropolitane contemporanee: i
differenti significati attribuiti alla musica. Come la filosofia ha saputo
rapportarsi con la musica. Estetica, politica, scienza, tecnologia, sociologia,
semiotica, religione: cenni su come queste aree dell’esperienza umana hanno
saputo “costruire” un rapporto con la musica.
Relatori:
Giuliano Galletta, (giornalista de Il Secolo XIX), Paolo Prato (giornalista e
musicologo), Patrizia Conti (vice direttrice del Conservatorio N. Paganini di
Genova; docente di didattica della musica), Riccardo Storti (docente di storia
della musica dell`Università della Terza Età di Genova; coordinatore del
Centro Studi per il Progressive Italiano).
LA PARTICOLARE ESPERIENZA DEL PROGRESSIVE ITALIANO DEGLI ANNI SETTANTA
Il
progressive italiano degli anni Settanta ovvero una “maniera diversa” di
pensare la “musica” in termini “popular”, tentando la via della
contaminazione con generi colti.
Brevemente:
quando nasce e cosa si intende per rock progressivo e quali sono le
caratteristiche salienti?
Storicamente
il progressive nasce verso la fine degli anni Sessanta in Inghilterra; alcuni
critici fanno risalire un’ “idea” progressiva del pop e del rock
addirittura a Sergeant Pepper’s dei Beatles; fatto sta che i primi
sconfinamenti dalla canzonetta verso un “prodotto musicale” più elaborato
avvengono con gruppi come i Procol Harum (A whiter shade of pale -
1966 – non è che una variazione sull’Aria sulla Quarta Corda dalla Suite n.
3 in Re di Bach), i Moody Blues (Days of Future Passed un album per
gruppo e orchestra con una “storia”), i Nice di Keith Emerson (i primi a
inaugurare il filone delle riscritture rock di note pagine classiche: Karelia
Suite di Sibelius ma anche l’Allegro del Concerto Brandeburghese
n. 3 di Bach) sino al rivoluzionario In the court of Crimson King dei
King Crimson del 1969.
La
maturità arriverà con nomi, più o meno, noti ai più: EL&P, Yes, gli
stessi KC, i Genesis, Gentle Giant e Van Der Graaf Generator (ma anche band come
Jethro Tull, Family, Traffic e Pink Floyd risultano essere una presenza, seppure
discontinua, del panorama prog) per affacciarsi su una scena sterminata e
variegatissima di contaminazioni tra jazz e classica.
Le
caratteristiche del genere si deducono facilmente, ascoltando qualche disco storico
e possono essere riassunte in tre punti :
a)
I brani, cosiddetti impropriamente, a suite ovvero composizioni
lunghissime nate dalla somma di microcanzoni collegate tra loro e capaci di
varcare la facciata del disco (Tarkus degli EL&P e Thick as a
brick dei Jethro Tull); a questo si collega…
b)
L’utilizzo di testi e tematiche colte (il paroliere è parte del
gruppo: pensiamo a Keith Reid dei Procol Harum o a Pete Sinfield dei King
Crimson. C’è chi tentò – e egregiamente – di muoversi con le proprie
gambe, mi vengono in mente le arditezze poetiche di Peter Gabriel); questo
accade perché 1) l’LP non è più un contenitore di successi o di 45
giri bensì un’opera che vive di luce propria, dotata di un’omogeneità
narrativa e musicale, in parole povere: il disco racconta una storia; 2)
La ricerca musicale passa attraverso l’avvicinamento ad altri generi e
considera il testo parte integrante di quel percorso.
c)
Sul piano della ricerca timbrica ovvero della cifra sonora dello
strumento, del colore, c’è un’apertura a strumenti che non hanno mai avuto
la cittadinanza dal popolo rock e che provengono dalla classica (il violino e il
flauto); fondamentale la centralità delle tastiere sulla chitarra e
l’ulteriore ricerca sulle timbriche generate dal nascente progresso
tecnologico (l’avvento del sintetizzatore);
Non
va comunque trascurata la patina sociologica che tocca la situazione
dell’epoca: gli anni Settanta è stato il periodo dei grandi raduni musicali,
dell’happening (non solo musicale) per eccellenza, di quella forma
comportamentale che potrebbe passare sotto il nome di “spontaneismo”, ma se
ci fermassimo a questo dato, faremmo poca strada.
Da
qui nasce l’esigenza, a oltre 30 anni di distanza, di studiare “quella”
musica, per coglierne proprio gli addentellati con altri generi. Progressive
in quanto “progressione”, quindi movimento, se non migrazione alla frontiera
con gli altri “generi” ma anche di “altre” forme espressive.
Ecco
perché, comunque, il progressive italiano degli anni Settanta, sulla scorta di
quello inglese, non è solo una “maniera diversa di pensare la musica” ma
nasce dall’esigenza, dalla ricerca di quella “maniera”, che spesso si
esteriorizzava in tentativi (anche velleitari, perché no) di sperimentazione
pur rimanendo in un ambito “popular”.
L’Italia
ha alle spalle una situazione musicale molto particolare (un esempio su tutti:
il beat-cartacarbone di hit britanniche volgarizzate ad uso e –
soprattutto – consumo dell’utenza al servizio del boom economico…) eppure
il suo progressive darà nuovi contributi a quello europeo anche in nome di una
tradizione storica che affonda le radici prima del Barocco. Inoltre non
va dimenticata la funzione di rottura rispetto alla “musica che gira(va)
intorno”.
Si
deduce quindi che è la necessità a creare il superamento di certi limiti. Ma
quali sono stati questi “sconfinamenti” e come sono avvenuti?
L’incontro
con la musica classica:
è forse il più plateale. Sarebbe sufficiente citare la trilogia di Bacalov:
l’”esperimento” più interessante (e più riuscito) è sicuramente il Concerto
Grosso n. 1 dei New Trolls.
Ascoltiamo
il 1° tempo dall’Allegro e
pensiamo a quell’ uditorio. Siamo nel 1971: si parte come in un concerto
classico, con tanto di accordatura dell’orchestra, poi il primo violino
enuncia il tema ma la risposta non è formulata dagli archi, bensì
dall’ensemble rock con un sound rutilante tra Jethro Tull, Deep Purple e
pennate hendrixiane. Un concerto di stampo barocco dove il concertino di
estrazione barocco non è più rappresentato dai solisti della sezione archi ma
dal gruppo rock con le sue chitarre elettriche ed un flauto per niente classico.
L’Italia
ha un breve, ma sintomatico antecedente prodotto dalle Orme e dal loro mentore,
quel Gianpiero Reverberi già arrangiatore di Senza orario senza bandiera:
il disco si chiama Collage e
apre la strada al pop sinfonico propriamente detto. Lo stesso titolo
dell’album la dice lunga e la title track ci annuncia che qualcosa sta
cambiando nella musica di consumo. L’idea, il concetto o, meglio, il concept.
Un “collage” tra l’irruenza del rock e la compostezza citazionale di uno
Scarlatti rococò.
Non
va dimenticata l’azione più mirata della PFM: prendiamo un brano come Appena
un po’ dal 2° disco Per un amico: c’è il cliché barocco con un
tema suonato da uno strumento (il flauto traverso) a cui si aggiungono gli altri
“classici” (clavicembalo, organo da chiesa, etc.), ma anche retaggi di
sinfonismo ottocentesco in una sorta di “periodo” quasi “arioso” (quel
tema parrebbe una variazione su Impressioni di Settembre in chiave
crimsoniana, ma fate attenzione…c’è di più…).
L’optimum
arriva nel dopo prog, 1978: Di terra del
Banco musica progressive scritta per l’orchestra: c’è un’inversione
concettuale rispetto al Concerto Grosso dei New Trolls: qui è
l’orchestra che usufruisce di una scrittura rock progressiva: un interessante
fusione di Novecento storico e pop in brani come Né più di un albero non
meno di una stella . Non va trascurata l’intelligenza apertura sempre
delle Orme nel 1977 con il sensazionale Florian, trait d’union tra le
reminescenze classiche e un futuro (ancora lontano dall’essere scorto) di
world music, il tutto rigorosamente – come si dice oggi - unplugged.
L’incontro
con il jazz e la musica etnica:
qui la strada si fa più spessa: la stella polare è quel Bitches Brew di
Miles Davis che già ha messo nei guai la purezza del jazz. L’insegnamento
crea il jazz-rock che si tinge di progressive quando tocca musicisti come i Soft
Machine, i Nucleus e i Gong. In Italia ci saranno dei jazzisti (quindi
professionisti del settore, ben individuabili) che calcheranno questa strada con
sconfinamenti addirittura nell’etnica: i Perigeo di Genealogia sono un
esempio. Questa ricerca verrà addirittura estremizzata dagli Aktuala in album
dove il free jazz più radicale si sposerà con un dato sonoro etnico scarno,
per nulla oleografico o di maniera. Da sottolineare la napoletanizzazione del
jazz, come avvenne per i Napoli Centrale: la loro Campagna è un simbolo.
L’avvicinamento
alla musica contemporanea:
fu la sirena che più ammaliò i compositori più avanzati nel settore della
ricerca sonora: il primo nome che viene in mente è sicuramente quello di Franco
Battiato. Non tanto Fetus e Pollution, quanto Sulle corde di
Aries e Clic sino a momenti, prossimi all’incomunicabilità, come Mademoiselle
Gladiateur, Franco Battiato, Juke Box e L’Egitto prima
delle sabbie. C’è un po’ di tutto: flirt con Stockhausen, prassi alla
Cage, musica elettronica, ma anche retaggi etnici e utilizzi kitsch di materiale
popular.
Più
eterogeneo e, forse, meno dispersivo il percorso dell’ensemble di Opus Avantra,
tutto da riscoprire: il loro Introspezione andrebbe rivalutato
soprattutto per l’approccio colto, benché non si disdegni un collegamento con
la musica di consumo. Chi fa tutto è la voce di Donella Del Monaco, nipote del
tenore: canta di tutto, non solo canzoni…è suo agio tanto con lo sprechtgesang
quanto con i moti della chansonniere.
Tra gli altri ricordiamo: i Nadma, Roberto Cacciapaglia, i Sensation’s
Fix, etc…
Nonsolomusica…i
fattori extramusicali:
La
teatralità: E’
un elemento purtroppo irriproducibile: fare musica significa anche fare
spettacolo. Il musicista è sul palco, ma può dare vita ad una rappresentazione
che non sia solo il concerto. Irrompono parametri come la gestualità,
l’utilizzo mirato della voce, la scenografia…in pricipio vi furono i Genesis,
ma l’Italia non restò indietro. Pensiamo soprattutto agli Osanna, un gruppo
non solo da ascoltare ma anche da vedere: la loro tournée di Palepoli
del ’73 passò anche all’Alcione e i giornali dell’epoca ne ricordano i
fasti. Uno spettacolo di suoni e colori, con tanto di corpo di ballo e
figuranti.
Più essenziale lo
spettacolo messo in scena dai Pholas Dactylus al Pop Meeting Festival di Genova
nel 1972: le loro scelte testuali (e, per alcune sfumature, anche quelle
musicali) erano avanti rispetto alla media del progressive italiano. Altri
esempi sono l’Orfeo 9 di Tito Schipa Junior, l’Eliogabalo di Lo Curcio, il
tour del Banco alla fine degli anni Settanta con i danzatori scalzi.
La
letteratura e le tematiche filosofiche:
nell’era del concept album vengono richieste capacità testuali che almeno
rimandino a tematiche “forti”. A me viene subito in mente quella del “tempo”:
ci si potrebbe scrivere un libro…pensiamo a Storia di un minuto (PFM),
Darwin (indicativo un brano dal titolo Ed ora io domando tempo al
tempo ed egli mi risponde…non ne ho – Banco) e Viaggio negli
arcipelaghi del tempo (Delirium), ma potremmo proseguire sino a Jet Lag
sempre della PFM.
Altri
temi si susseguono:
Bene
v/s Male:
Felona e Sorona (Orme)…versione tradotta poi in inglese da Peter
Hammill dei Van Der Graaf Generator.
La
conoscenza:
Ys (Balletto di Bronzo), Appunti per un’idea fissa (Capsicum Red),
Riflessioni verso l’infinito (Dalton), Dolceacqua (Delirium: un
viaggio nelle emozioni umane).
La
denuncia sociale:
Terra in bocca (Giganti) sulla mafia, i testi dei Napoli Centrale
volutamente in napoletano ma cantati con la voce di un “nero” come James
Senese, Io sono nato libero del Banco (nato nel contesto del golpe cileno
del 1973).
L’ecologia:
Fetus e Pollution di Battiato.
Ma
a volte una poesia può essere la tracklist di un album addirittura
strumentale…Di terra; ne è autore il cantante Francesco Di Giacomo
che, sulla scorta di una versificazione libera, ci regala una piccola gemma dai
toni leopardiani:
Nel
cielo e nelle altre cose mute
Terramadre,
non
senza dolore
io
vivo
né
più di un albero non meno di una stella
nei
suoni e nei silenzi
di
terra
Esistono comunque due
lavori assai particolari che meritano un breve approfondimento:
Pholas
Dactylus
- Il concerto delle
menti: il cantante non canta ma declama versi surreali su una trama
musicale ossessiva. Colpisce la ricchezza di riferimenti letterari (la Bibbia,
la fantascienza di Lovercraft, i cadaveri squisiti dei Surrealisti francesi, le
visioni allucinate degli americani anni Cinquanta, Poe…etc…). La prassi
scrittoria potrebbe essere avvicinata a quella di Juri Camisasca.
Museo
Rosenbach -
Zarathustra:
Tentano la “messa in musica” dello Zarathustra di Nietzsche. Scelta
controtendenza nel 1973 e non a caso questo gli costò un pesante ostracismo,
nonostante l’altissima qualità del disco. Il fatto di musicare e dare voce ad
un testo filosofico è indicativo e con sonorità che rimandano al meglio del
Banco e dei primi King Crimson (ma l’unicum del Museo fu la voce di “Lupo”
Galifi: dal rhythm’n blues al prog con effetti stranianti).
Altri
gruppi tentarono la via del “classico”: la Bibbia del Rovescio della
Medaglia; Dante ispirò l’Inferno (molto attualizzato) dei Metamorfosi
e Caronte dei Trip (che furono anche ispirati da Platone per Atlantide).
Il Vangelo fu la base per Fede, speranza e carità dei Jet. Shakespeare
è l’autore che mosse la penna del bassista Enrico Casagni per la suite Come
come come della Nuova Idea di In the beginning: la storia si snoda
sulla trama di Macbeth.
Ma
ci fu anche chi musicò una poesia del filosofo Russell (i New Trolls di Searching
for a land nella loro To Edith).
Chiudiamo focalizzando la
nostra attenzione su un’esperienza peculiare e al tempo stesso fondamentale,
quella degli Area.
La
sperimentazione “eccentrica” a 360°:
Se il “centro” è l’establishment discografico, essi prediligono la
periferia o, utopisticamente, vorrebbero far sì che la “marginalità” della
loro musica possa farsi “centro” propulsore di idee. Area si propone come
“International Popular Group”, quindi come “area” di lavoro e
sperimentazione ad ampio raggio (eccolo il “centro” o il “cerchio”).
Estremismo
musicale=Estremismo dei contenuti: le “aree dell’esperienza umana” ci
vengono incontro; è sufficiente ascoltare (e leggere) il loro primo disco Arbeit
Macht Frei, più che un “prodotto musicale”, un manifesto, anche
“iconico”, per nulla “ironico”. Non solo musica ma soprattutto Consapevolezza
ai richiami della Storia (Luglio, Agosto e Settembre (Nero)…lo stesso
titolo dell’album) e ad una “pedagogia” di difesa dall’alienazione…
…discorso
caro agli Area con il secondo disco (Caution Radiation Area): su tutti il
profetismo mediatico di Lobotomia (sigle televisive distorte dal VCS3)
sino alle visioni di un compromesso storico planetario raccontato
nell’ultimo disco di Stratos e C., 1978 (il brano è Vodka Cola).
Dal
linguaggio delle idee a quello dei “suoni”. Oltre il pop, attraverso le
propaggini più estreme del jazz (free), della “classica contemporanea”
(avanguardia, serialismo, atonalismo, rumorismo, musica aleatoria) e della
musica popolare mediterranea (ethnos v/s folklore
da cartolina; ritmi “barbari” v/s cantabilità di facile ascolto).
Penso
dunque s(u)ono: aree di sperimentalismo
-
Il vocalismo di Stratos
-
Il jazz rock su scale arabe con ritmi balcanici
-
La musica come happening (La mela di Odessa live in Areazione)…collegamento
con le esperienze di aleatorietà di Cage (Event ’76)
-
Il rumorismo di sintesi
-
Suonare i tamburi come un jazzista tuareg…il drumming di Capiozzo
Cosa
ci deve fare riflettere?
L’approccio
degli Area è “colto” ma in ambito “popular”. Alcune loro composizioni
erano più vicine ai Soft Machine o, per converso, a John Cage, che non ai
“contemporanei” pop rock. Eppure gli Area, con questi ultimi, dividevano i
palcoscenici dei raduni di massa, nonché gli scaffali nei negozi di dischi…
Quello
degli Area fu un contributo “realmente” e “concretamente” progressivo
all’interno della musica europea; indicarono un paio di
direzioni “comunicative” valide ancora oggi.
Ma
attenzione al concetto di progresso nell’arte: rischia di fare più
danni che la grandine…
Non c’è miglior chiusura a questo intervento che cedere la “voce” al suo “maestro” (segue ascolto dei vocalizzi di Stratos da Cometa Rossa).
© 2004 Riccardo Storti