Genova. Convegno La musica oltre i suoni: parole sulla musica
 
La Fnac in collaborazione con Music Line presenta il primo convegno nazionale “La musica oltre i suoni:parole sulla musica”. Un ciclo di quattro conferenze-incontri su temi riguardanti i contesti, gli ambienti, gli operatori, i riferimenti culturali, le filosofie esistenziali, le strategie educative e le problematiche nella maniera di rapportarsi alla musica.

Coordinamento: Gianni Martini, Music Line.

Domenica 22/02/2004; ore 15.30 - 18.30

Filosofia, letteratura e musica. Le diverse maniere di pensare la musica. Dagli antichi Greci alle espressioni metropolitane contemporanee:  i differenti significati attribuiti alla musica. Come la filosofia ha saputo rapportarsi con la musica. Estetica, politica, scienza, tecnologia, sociologia, semiotica, religione: cenni su come queste aree dell’esperienza umana hanno saputo “costruire” un rapporto con la musica.

Relatori: Giuliano Galletta, (giornalista de Il Secolo XIX), Paolo Prato (giornalista e musicologo), Patrizia Conti (vice direttrice del Conservatorio N. Paganini di Genova; docente di didattica della musica), Riccardo Storti (docente di storia della musica dell`Università della Terza Età di Genova; coordinatore del Centro Studi per il Progressive Italiano).

 

LA PARTICOLARE ESPERIENZA DEL PROGRESSIVE ITALIANO DEGLI ANNI SETTANTA

Il progressive italiano degli anni Settanta ovvero una “maniera diversa” di pensare la “musica” in termini “popular”, tentando la via della contaminazione con generi colti.

Brevemente: quando nasce e cosa si intende per rock progressivo e quali sono le caratteristiche salienti?

Storicamente il progressive nasce verso la fine degli anni Sessanta in Inghilterra; alcuni critici fanno risalire un’ “idea” progressiva del pop e del rock addirittura a Sergeant Pepper’s dei Beatles; fatto sta che i primi sconfinamenti dalla canzonetta verso un “prodotto musicale” più elaborato avvengono con gruppi come i Procol Harum (A whiter shade of pale  - 1966 – non è che una variazione sull’Aria sulla Quarta Corda dalla Suite n. 3 in Re di Bach), i Moody Blues (Days of Future Passed un album per gruppo e orchestra con una “storia”), i Nice di Keith Emerson (i primi a inaugurare il filone delle riscritture rock di note pagine classiche: Karelia Suite di Sibelius ma anche l’Allegro del Concerto Brandeburghese n. 3 di Bach) sino al rivoluzionario In the court of Crimson King dei King Crimson del 1969.

La maturità arriverà con nomi, più o meno, noti ai più: EL&P, Yes, gli stessi KC, i Genesis, Gentle Giant e Van Der Graaf Generator (ma anche band come Jethro Tull, Family, Traffic e Pink Floyd risultano essere una presenza, seppure discontinua, del panorama prog) per affacciarsi su una scena sterminata e variegatissima di contaminazioni tra jazz e classica.

 

Le caratteristiche del genere si deducono facilmente, ascoltando qualche disco storico e possono essere riassunte in tre punti :

a)   I brani, cosiddetti impropriamente, a suite ovvero composizioni lunghissime nate dalla somma di microcanzoni collegate tra loro e capaci di varcare la facciata del disco (Tarkus degli EL&P e Thick as a brick dei Jethro Tull); a questo si collega…

b)  L’utilizzo di testi e tematiche colte (il paroliere è parte del gruppo: pensiamo a Keith Reid dei Procol Harum o a Pete Sinfield dei King Crimson. C’è chi tentò – e egregiamente – di muoversi con le proprie gambe, mi vengono in mente le arditezze poetiche di Peter Gabriel); questo accade perché 1) l’LP non è più un contenitore di successi o di 45 giri bensì un’opera che vive di luce propria, dotata di un’omogeneità narrativa e musicale, in parole povere: il disco racconta una storia; 2) La ricerca musicale passa attraverso l’avvicinamento ad altri generi e considera il testo parte integrante di quel percorso.

c)   Sul piano della ricerca timbrica ovvero della cifra sonora dello strumento, del colore, c’è un’apertura a strumenti che non hanno mai avuto la cittadinanza dal popolo rock e che provengono dalla classica (il violino e il flauto); fondamentale la centralità delle tastiere sulla chitarra e l’ulteriore ricerca sulle timbriche generate dal nascente progresso tecnologico (l’avvento del sintetizzatore);  

Non va comunque trascurata la patina sociologica che tocca la situazione dell’epoca: gli anni Settanta è stato il periodo dei grandi raduni musicali, dell’happening (non solo musicale) per eccellenza, di quella forma comportamentale che potrebbe passare sotto il nome di “spontaneismo”, ma se ci fermassimo a questo dato, faremmo poca strada.

Da qui nasce l’esigenza, a oltre 30 anni di distanza, di studiare “quella” musica, per coglierne proprio gli addentellati con altri generi. Progressive in quanto “progressione”, quindi movimento, se non migrazione alla frontiera con gli altri “generi” ma anche di “altre” forme espressive.

Ecco perché, comunque, il progressive italiano degli anni Settanta, sulla scorta di quello inglese, non è solo una “maniera diversa di pensare la musica” ma nasce dall’esigenza, dalla ricerca di quella “maniera”, che spesso si esteriorizzava in tentativi (anche velleitari, perché no) di sperimentazione pur rimanendo in un ambito “popular”.

L’Italia ha alle spalle una situazione musicale molto particolare (un esempio su tutti: il beat-cartacarbone di hit britanniche volgarizzate ad uso e – soprattutto – consumo dell’utenza al servizio del boom economico…) eppure il suo progressive darà nuovi contributi a quello europeo anche in nome di una tradizione storica che affonda le radici prima del Barocco. Inoltre non va dimenticata la funzione di rottura rispetto alla “musica che gira(va) intorno”.

 

Si deduce quindi che è la necessità a creare il superamento di certi limiti. Ma quali sono stati questi “sconfinamenti” e come sono avvenuti?

L’incontro con la musica classica: è forse il più plateale. Sarebbe sufficiente citare la trilogia di Bacalov: l’”esperimento” più interessante (e più riuscito) è sicuramente il Concerto Grosso n. 1 dei New Trolls.

Ascoltiamo il 1° tempo dall’Allegro  e pensiamo a quell’ uditorio. Siamo nel 1971: si parte come in un concerto classico, con tanto di accordatura dell’orchestra, poi il primo violino enuncia il tema ma la risposta non è formulata dagli archi, bensì dall’ensemble rock con un sound rutilante tra Jethro Tull, Deep Purple e pennate hendrixiane. Un concerto di stampo barocco dove il concertino di estrazione barocco non è più rappresentato dai solisti della sezione archi ma dal gruppo rock con le sue chitarre elettriche ed un flauto per niente classico.

L’Italia ha un breve, ma sintomatico antecedente prodotto dalle Orme e dal loro mentore, quel Gianpiero Reverberi già arrangiatore di Senza orario senza bandiera: il disco si chiama Collage  e apre la strada al pop sinfonico propriamente detto. Lo stesso titolo dell’album la dice lunga e la title track ci annuncia che qualcosa sta cambiando nella musica di consumo. L’idea, il concetto o, meglio, il concept. Un “collage” tra l’irruenza del rock e la compostezza citazionale di uno Scarlatti rococò.

Non va dimenticata l’azione più mirata della PFM: prendiamo un brano come Appena un po’ dal 2° disco Per un amico: c’è il cliché barocco con un tema suonato da uno strumento (il flauto traverso) a cui si aggiungono gli altri “classici” (clavicembalo, organo da chiesa, etc.), ma anche retaggi di sinfonismo ottocentesco in una sorta di “periodo” quasi “arioso” (quel tema parrebbe una variazione su Impressioni di Settembre in chiave crimsoniana, ma fate attenzione…c’è di più…).

L’optimum arriva nel dopo prog, 1978: Di terra  del Banco musica progressive scritta per l’orchestra: c’è un’inversione concettuale rispetto al Concerto Grosso dei New Trolls: qui è l’orchestra che usufruisce di una scrittura rock progressiva: un interessante fusione di Novecento storico e pop in brani come Né più di un albero non meno di una stella . Non va trascurata l’intelligenza apertura sempre delle Orme nel 1977 con il sensazionale Florian, trait d’union tra le reminescenze classiche e un futuro (ancora lontano dall’essere scorto) di world music, il tutto rigorosamente – come si dice oggi - unplugged.

L’incontro con il jazz e la musica etnica: qui la strada si fa più spessa: la stella polare è quel Bitches Brew di Miles Davis che già ha messo nei guai la purezza del jazz. L’insegnamento crea il jazz-rock che si tinge di progressive quando tocca musicisti come i Soft Machine, i Nucleus e i Gong. In Italia ci saranno dei jazzisti (quindi professionisti del settore, ben individuabili) che calcheranno questa strada con sconfinamenti addirittura nell’etnica: i Perigeo di Genealogia sono un esempio. Questa ricerca verrà addirittura estremizzata dagli Aktuala in album dove il free jazz più radicale si sposerà con un dato sonoro etnico scarno, per nulla oleografico o di maniera. Da sottolineare la napoletanizzazione del jazz, come avvenne per i Napoli Centrale: la loro Campagna è un simbolo.

L’avvicinamento alla musica contemporanea: fu la sirena che più ammaliò i compositori più avanzati nel settore della ricerca sonora: il primo nome che viene in mente è sicuramente quello di Franco Battiato. Non tanto Fetus e Pollution, quanto Sulle corde di Aries e Clic sino a momenti, prossimi all’incomunicabilità, come Mademoiselle Gladiateur, Franco Battiato, Juke Box e L’Egitto prima delle sabbie. C’è un po’ di tutto: flirt con Stockhausen, prassi alla Cage, musica elettronica, ma anche retaggi etnici e utilizzi kitsch di materiale popular.

Più eterogeneo e, forse, meno dispersivo il percorso dell’ensemble di Opus Avantra, tutto da riscoprire: il loro Introspezione andrebbe rivalutato soprattutto per l’approccio colto, benché non si disdegni un collegamento con la musica di consumo. Chi fa tutto è la voce di Donella Del Monaco, nipote del tenore: canta di tutto, non solo canzoni…è suo agio tanto con lo sprechtgesang quanto con i moti della chansonniere.  Tra gli altri ricordiamo: i Nadma, Roberto Cacciapaglia, i Sensation’s Fix, etc…

 

Nonsolomusica…i fattori extramusicali:

La teatralità: E’ un elemento purtroppo irriproducibile: fare musica significa anche fare spettacolo. Il musicista è sul palco, ma può dare vita ad una rappresentazione che non sia solo il concerto. Irrompono parametri come la gestualità, l’utilizzo mirato della voce, la scenografia…in pricipio vi furono i Genesis, ma l’Italia non restò indietro. Pensiamo soprattutto agli Osanna, un gruppo non solo da ascoltare ma anche da vedere: la loro tournée di Palepoli del ’73 passò anche all’Alcione e i giornali dell’epoca ne ricordano i fasti. Uno spettacolo di suoni e colori, con tanto di corpo di ballo e figuranti.

Più essenziale lo spettacolo messo in scena dai Pholas Dactylus al Pop Meeting Festival di Genova nel 1972: le loro scelte testuali (e, per alcune sfumature, anche quelle musicali) erano avanti rispetto alla media del progressive italiano. Altri esempi sono l’Orfeo 9 di Tito Schipa Junior, l’Eliogabalo di Lo Curcio, il tour del Banco alla fine degli anni Settanta con i danzatori scalzi.

La letteratura e le tematiche filosofiche: nell’era del concept album vengono richieste capacità testuali che almeno rimandino a tematiche “forti”. A me viene subito in mente quella del “tempo”: ci si potrebbe scrivere un libro…pensiamo a Storia di un minuto (PFM), Darwin (indicativo un brano dal titolo Ed ora io domando tempo al tempo ed egli mi risponde…non ne ho – Banco) e Viaggio negli arcipelaghi del tempo (Delirium), ma potremmo proseguire sino a Jet Lag sempre della PFM.

Altri temi si susseguono:

Bene v/s Male: Felona e Sorona (Orme)…versione tradotta poi in inglese da Peter Hammill dei Van Der Graaf Generator.

La conoscenza: Ys (Balletto di Bronzo), Appunti per un’idea fissa (Capsicum Red), Riflessioni verso l’infinito (Dalton), Dolceacqua (Delirium: un viaggio nelle emozioni umane).

La denuncia sociale: Terra in bocca (Giganti) sulla mafia, i testi dei Napoli Centrale volutamente in napoletano ma cantati con la voce di un “nero” come James Senese, Io sono nato libero del Banco (nato nel contesto del golpe cileno del 1973).

L’ecologia: Fetus e Pollution di Battiato.

Ma a volte una poesia può essere la tracklist di un album addirittura strumentale…Di terra; ne è autore il cantante Francesco Di Giacomo che, sulla scorta di una versificazione libera, ci regala una piccola gemma dai toni leopardiani:

Nel cielo e nelle altre cose mute

Terramadre,

non senza dolore

io vivo

né più di un albero non meno di una stella

nei suoni e nei silenzi

di terra

 

Esistono comunque due lavori assai particolari che meritano un breve approfondimento:

Pholas Dactylus  -  Il concerto delle menti: il cantante non canta ma declama versi surreali su una trama musicale ossessiva. Colpisce la ricchezza di riferimenti letterari (la Bibbia, la fantascienza di Lovercraft, i cadaveri squisiti dei Surrealisti francesi, le visioni allucinate degli americani anni Cinquanta, Poe…etc…). La prassi scrittoria potrebbe essere avvicinata a quella di Juri Camisasca.

Museo Rosenbach  -  Zarathustra: Tentano la “messa in musica” dello Zarathustra di Nietzsche. Scelta controtendenza nel 1973 e non a caso questo gli costò un pesante ostracismo, nonostante l’altissima qualità del disco. Il fatto di musicare e dare voce ad un testo filosofico è indicativo e con sonorità che rimandano al meglio del Banco e dei primi King Crimson (ma l’unicum del Museo fu la voce di “Lupo” Galifi: dal rhythm’n blues al prog con effetti stranianti).

Altri gruppi tentarono la via del “classico”: la Bibbia del Rovescio della Medaglia; Dante ispirò l’Inferno (molto attualizzato) dei Metamorfosi e Caronte dei Trip (che furono anche ispirati da Platone per Atlantide). Il Vangelo fu la base per Fede, speranza e carità dei Jet. Shakespeare è l’autore che mosse la penna del bassista Enrico Casagni per la suite Come come come della Nuova Idea di In the beginning: la storia si snoda sulla trama di Macbeth.

Ma ci fu anche chi musicò una poesia del filosofo Russell (i New Trolls di Searching for a land nella loro To Edith).

 

Chiudiamo focalizzando la nostra attenzione su un’esperienza peculiare e al tempo stesso fondamentale, quella degli Area.

La sperimentazione “eccentrica” a 360°: Se il “centro” è l’establishment discografico, essi prediligono la periferia o, utopisticamente, vorrebbero far sì che la “marginalità” della loro musica possa farsi “centro” propulsore di idee. Area si propone come “International Popular Group”, quindi come “area” di lavoro e sperimentazione ad ampio raggio (eccolo il “centro” o il “cerchio”).

Estremismo musicale=Estremismo dei contenuti: le “aree dell’esperienza umana” ci vengono incontro; è sufficiente ascoltare (e leggere) il loro primo disco Arbeit Macht Frei, più che un “prodotto musicale”, un manifesto, anche “iconico”, per nulla “ironico”. Non solo musica ma soprattutto Consapevolezza ai richiami della Storia (Luglio, Agosto e Settembre (Nero)…lo stesso titolo dell’album) e ad una “pedagogia” di difesa dall’alienazione…

…discorso caro agli Area con il secondo disco (Caution Radiation Area): su tutti il profetismo mediatico di Lobotomia (sigle televisive distorte dal VCS3) sino alle visioni di un compromesso storico planetario raccontato nell’ultimo disco di Stratos e C., 1978 (il brano è Vodka Cola).

Dal linguaggio delle idee a quello dei “suoni”. Oltre il pop, attraverso le propaggini più estreme del jazz (free), della “classica contemporanea” (avanguardia, serialismo, atonalismo, rumorismo, musica aleatoria) e della musica popolare mediterranea (ethnos v/s  folklore da cartolina; ritmi “barbari” v/s cantabilità di facile ascolto).

Penso dunque s(u)ono: aree di sperimentalismo

-         Il vocalismo di Stratos

-         Il jazz rock su scale arabe con ritmi balcanici

-         La musica come happening (La mela di Odessa live in Areazione)…collegamento con le esperienze di aleatorietà di Cage (Event ’76)

-         Il rumorismo di sintesi

-         Suonare i tamburi come un jazzista tuareg…il drumming di Capiozzo

 

Cosa ci deve fare riflettere?

L’approccio degli Area è “colto” ma in ambito “popular”. Alcune loro composizioni erano più vicine ai Soft Machine o, per converso, a John Cage, che non ai “contemporanei” pop rock. Eppure gli Area, con questi ultimi, dividevano i palcoscenici dei raduni di massa, nonché gli scaffali nei negozi di dischi…

Quello degli Area fu un contributo “realmente” e “concretamente” progressivo all’interno della musica europea; indicarono un paio di  direzioni “comunicative” valide ancora oggi.

Ma attenzione al concetto di progresso nell’arte: rischia di fare più danni che la grandine…

 

Non c’è miglior chiusura a questo intervento che cedere la “voce” al suo “maestro” (segue ascolto dei vocalizzi di Stratos da Cometa Rossa).

© 2004 Riccardo Storti