BACH
NEL POP-ROCK
Estratto dalla lezione
tenuta presso l'Università della Terza Età di Genova da Riccardo Storti e
Enrico Pietra (Corso di Storia della Musica, a.a. 2003-2004, docente Riccardo
Storti)
Ma
cosa c’entra Bach con la musica rock? La domanda sorge spontanea, soprattutto
a conclusione di questo corso sul Tardo Barocco Europeo che ci ha consentito di
ascoltare e approfondire le maggiori composizioni del Kantor. La massima
che ne è uscita poggia proprio sull’universalità di un poderoso opus
destinato a influenzare quanto accadrà ex post nella storia della
musica. Questo in sintesi, tanto per avere in mano i termini pratici della
questione: in realtà, il biunivoco gioco delle eredità
- passate e future, ovvero quello che “trovò” e quello che “lasciò”
– è ben più complesso e meriterebbe ulteriori scandagli critici.
Pertanto
Bach punto di snodo: nella strettoia creativa del genio di Eisenach si ritrovano
le intuizioni polifoniche dei maestri del Quattrocento e del Cinquecento (dai
Fiamminghi a Palestrina sino agli artefici dell’Oratorio italiano), il corale
luterano, la musica strumentale italiana (da Frescobaldi a Corelli, sino a
Vivaldi) e francese (Lully, Rameau e Couperin). Gli esiti costituiranno un
cospicuo patrimonio su cui poggeranno i destini della musica europea; o meglio,
dopo Bach, la musica (e il fare musica) non sarà più quello di prima.
Va
precisato, però, che per una cosciente riscoperta di Bach, bisognerà
aspettare esattamente un secolo e mezzo, quando, nel 1829, Felix Mendelssohn
Bartholdy riporterà alla luce la Passione Secondo Matteo: questa
operazione darà vita ad
una vera e propria Bach Renaissance che, più tardi, grazie agli
strumenti della filologia, restituirà una visione completa dell’opera
integrale e dei suoi effetti tangibili sulla tradizione musicale.
Per
comprendere l’ineluttabilità dell’influenza bachiana, è sufficiente
pensare al perfezionamento della tecnica contrappuntistica nel suo spontaneo
corollario: la fuga. E’ un’arte: la combinazione di diverse voci
che si passano prima il testimone (i cosiddetti soggetti a canone) e poi
dialogano con chi non la “pensa” come loro (i controsoggetti). Questa
dialettica che, apparentemente, pare indipendente sul suo asse orizzontale (sono
melodie, in sostanza), in realtà, strada facendo, realizza quelle
combinazioni verticali che formano l’architettura armonica della
composizione. Eccolo il contrappunto (“punto contro punto” come
dicevano gli antichi): una serie di melodie che, sovrapponendosi, generano
l’armonia, anche secondo leggi matematiche precise, ma che il nostro orecchio
non coglie, se non nella bellezza espressiva, conferita da due elementi
sostanziali e, al tempo stesso, personali: il ritmo e il colore (la
timbrica dello e/o degli strumenti).
Ci
siamo forse allontanati dalla domanda iniziale? A questo punto, possiamo
rimodulare il quesito così: come si può coniugare il peso storico e
musicale di Bach, con un evento popular come il rock? Dubbio più che
lecito e che merita risposte adeguate.
Intanto
va ridimensionato il luogo comune secondo cui il rock sia solo un fenomeno
sociale, poco musicale. A cinquanta anni di distanza, per fortuna, si è
già cominciato a non limitare la storia di questo genere musicale come se fosse
un semplice (e semplificato) momento di ribellione giovanilistico, etc. etc.
Il
rock nasce alla metà degli anni Cinquanta negli Stati Uniti, subisce una virata
geografica negli anni Sessanta con la nascita di un chiaro bipolarismo
anglo-americano (in Inghilterra ci sono i Beatles e i Rolling Stones, in USA i
Beach Boys e Bob Dylan). E con la metà degli anni Sessanta qualcosa comincia a
cambiare. Ma qui ci dobbiamo fermare.
Intanto:
Bach dove sta in quegli anni? Ma nelle aule dei Conservatorî di mezzo mondo o
nelle lezioni private che stressano giovani pianisti in erba. Alcuni di costoro,
alla fine degli anni Cinquanta, sono ragazzini “costretti” a farsi le ossa
sul Gradus ad Parnassum di Clementi o sul Clavicembalo Ben Temperato
di Bach, ma, appena hanno un’ora d’aria, si precipitano in cantina, con
compagni di scuola scalmanati, a strimpellare Great Ball of Fire di Jerry
Lee Lewis o Lucille di Little Richard. Ma questo è il periodo delle
chitarre a tutto volume e anche il pianista, nel gruppetto rock, si trova
costretto a suonare parti di rincalzo, secondarie, spesso limitato da un organo
elettrico a cinque ottave (quando andava bene…e non tutti potevano permettersi
un Hammond). Quindi, eccoli di nuovo a tentar accordi sulla tastiera, con un
po’ di noia, inconsapevoli, invece, del fatto che stanno assorbendo un
“mestiere” musicale fruttifero per gli anni a venire.
A
cavallo tra i due decenni, c’è una nuova generazione che ritiene stretta la
forma canzone standard “strofa-ritornello”, c’è voglia di uscire dal
solito “tran-tran” e si avvia un’evoluzione destinata a fare storia, anzi,
a cambiare radicalmente la faccia del rock. Cosa succede, in sostanza? C’è
voglia di suonare ma, soprattutto, di “raccontare”, pertanto il singolo non
regge più e il 33 giri non è più la classica raccolta delle hit (quella che
oggi si chiama compilation) bensì un prodotto creativo condensato all’interno
di un flusso narrativo specifico. Il primo esempio lampante sarà proprio Sergeant
Pepper’s Lonely Heart Club Band dei Beatles, album di svolta per il
quartetto di Liverpool.
Naturalmente,
una scelta discografica di questo tipo porta conseguenze fondamentali: i testi
richiedono sempre più la mano di un songwriter abilissimo, dotato soprattutto
di un background letterario all’altezza con le tematiche esposte, quindi
capace di aderire ad un linguaggio poetico tout court. La società sta
cambiando, si attraverserà la fiumana sessantottina, l’India è sempre più
vicina, pertanto le song cantano valori oppure si rifugiano in strofe
criptiche dal sapore tanto arcano, quanto surreale. Vette di estrema fantasia (e
talento) letterario verranno toccate dai testi di Keith Reed per i Procol Harum,
di Pete Sinfield per i King Crimson. Il paroliere, di fatto, è un componente
della band che gode della stessa importanza dello strumentista. Non era mai
successo prima: nasce il “librettista” delle canzoni.
E’
ovvio che anche la musica stessa comincia a subire delle mutazioni. Alcuni di
questa nuova generazione vengono addirittura dai Conservatorî: il loro
contributo sarà proprio fondamentale nel contatto tra il rock e la musica,
cosiddetta, colta.
Uso
il termine “colto” con una precisa connotazione da circoscrivere proprio
nell’approccio da parte di questi giovani musicista. Al di là degli esiti, il
loro avvicinamento ha lo scopo di nobilitare il rock e di realizzare una
simbiosi per cui anche il rock stesso, come genere, potrà produrre “opere”
di alta dignità stilistica. Del rock rimarrà l’impulsività, la vitalità
del ritmo, lo spazio improvvisativo e l’intrinseca spinta trasgressiva. Tutto
dosato a seconda dei casi, delle situazioni (pensate al brano suonato live e a
quello su disco) e dei singoli artisti.
Va
già puntualizzato, fin d’ora, che non tutte le ciambelle verranno con il buco
e che, sovente, un certo velleitarismo sovrasterà il talento (evidente ma non
canalizzato). In questi casi, il kitsch è sempre in agguato dietro
all’angolo…
Il
fatto più importante è che, in seno alla cultura popolare, sta nascendo una
musica più per la mente che per il corpo.
Le
band, così, cambiano: prima l’accoppiata pianoforte-organo Hammond, poi
l’ingresso di “simulatori” timbrici (le tastiere elettroniche), declassano
l’eroe con la chitarra. Quello che abbiamo incontrato da ragazzino, seduto
allo Stenway, è ormai diventato un keyboard wizard ovvero uno
“stregone della tastiera”, abile nel trattare quasi alchemicamente i suoni
prodotti da strumenti innovativi come il mellotron, le string machine (tastiere
che producevano suoni orchestrali come l’Eminent) e vari sintetizzatori (il
moog, il VCS3 e l’ARP).
Ma
non solo: i “ferri del mestiere” dell’orchestra sinfonica entrano nel
gruppo rock con risultati caleidoscopici. I musicisti che li suonano,
ovviamente, hanno trascorsi “classici”, così fanno l’ingresso il flauto (Ian
Anderson dei Jethro Tull), il violino (Mauro Pagani della PFM, David Cross dei
King Crimson), il violoncello e l’oboe (Andy Mackay dei Roxy Music).
In
una parola: è nato il “rock progressivo” che all’epoca veniva
contrassegnato sotto svariate denominazioni (pop sinfonico e rock barocco erano
le più abusate).
E
Bach? E Bach, con ogni probabilità, è il primo autore classico a elargire
materia. Anche qui vanno distinte le operazioni: un conto è la citazione
(quindi il brano di Bach reso “rock”) e altro paio di maniche è
l’utilizzo di forme – diciamo – “bachiane” o riconducibili alla sua
opera (le fughe, le arie, i corali, etc.) ma che hanno generato composizioni
“indipendenti” (dove, però, è inevitabile l’ambiguità citazionale).
a)
Un’aria antica tra 1967 e 1970
Probabilmente
il primo passo bachiano nel rock avvenne nel 1967 con un brano destinato a
rimanere negli annali del pop: ci riferiamo alla celeberrima A Whiter Shade
of Pale dei Procol Harum. Il tema per organo (famosissimo), nella linea di
basso e nei primi cinque accordi, si rifà chiaramente all’Aria sulla
Quarta Corda dalla Suite in RE BWV 1068. Inutile aggiungere che
questo incipit diventerà una sorta di stilema per il futuro, tanto che
nasceranno altre A Whiter Shade of Pale dalla penna altrui. Un brano come
It’s Five O’Clock dei Procol Harum (1969) sboccia da
quell’archetipo quasi per gemmazione spontanea, sino ad arrivare, più tardi,
a composizioni tipo Sinfonia per un Re degli italiani J.E.T. (futuri
Matia Bazar; 1972) nel concept album cristologico Fede Speranza Carità.
Ritornando
all’hit dei Procol Harum, va aggiunto che gli avvicinamenti a Bach non si
fermano qui: alcuni studiosi hanno scorto, qua e là, calchi dal Corale-Preludio
Wachet auf, ruft uns die Stimme BWV 645 e dalla Cantata BWV 140.
Nel
frattempo, nasce una vera e propria coscienza bachiana nei musicisti pop
dell’epoca: di Keith Emerson parleremo a breve ma la sua esperienza affonda le
radici nella seconda metà dei Sixties con i Nice; un’altra band, proveniente
dai circuiti blues, i Jethro Tull, con Bourrée (1969) riprenderanno un
movimento dalla Suite per Liuto in Mi minore BWV 996. La restituzione rock è
accattivante: pur mantenendo viva la sobrietà dell’originale, i Jethro Tull
innestano una ritmica sincopata capace di mutare felicemente il brano in una
track dai marcati accenti jazzistici.
Il
connubio “classica-rock” sta diventando quasi una moda, pertanto, con il
nuovo decennio, si sviluppano realtà dalla chiara catalogazione: prendiamo gli
olandesi Ekseption. Il loro Beggar Julia’s Time Trip (1970) è già un programma
dal titolo, il Time Trip è un viaggio nel tempo, quindi nella Storia
della Musica. La protagonista, Julia, è una stracciona (beggar), che
raccoglie ciò che trova. In questo paniere c’è un po’ di tutto da
Tchaikovskij a Rimskij Korsakov, da Albinoni a Gershwin, ovviamente non manca
Bach (p.e. Italian Concert tratto, ovviamente, dal Concerto Italiano BWV
971). Il risultato è kitsch: nonostante l’ottima preparazione tecnica dei
musicisti (assai validi nell’improvvisazione jazz), colpiscono le tinte forti
per un sound da “baraccone”. Un segno dei tempi anche piacevole da ascoltare
ma non “sostanziale”.
Un
esperimento simile si nota nella minisuite Raymond’s Road di Act One
(1970) degli inglesi Beggar’s Opera: un collage di citazioni da cui non è
esente un classico di Bach, assai inflazionato, la Toccata e Fuga in re
minore.
b)
Il classico come programmazione del rock: Keith Emerson
La
carriera musicale di Keith Emerson è legata a due gruppi che seppero cogliere
nella musica classica un stimolo di forte espressività: i Nice, che dal ’66
al ’70 si fecero promotori di una linea progressiva destinata a
maturare nel decennio successivo, e il supertrio Emerson, Lake & Palmer,
attivi in tutti gli anni Settanta e considerati tra gli esponenti più
rappresentativi del rock, cosiddetto, sinfonico.
Va
sottolineato che la linfa creativa di entrambi gli ensemble ha trovato la
centralità nella figura di Emerson: fu lui a riprendere, reinterpretare e a
manomettere i classici, forte di capacità tecnico-virtuosistiche al di sopra
della media e di un talento interpretativo che non avrebbe sfigurato su ben
alt(r)i palcoscenici.
Pianista
ma anche efficace hammondista: le sue interpretazioni all’organo
rimangono memorabili; però non va nemmeno trascurata la sua passione per i
“nuovi suoni” che l’avveniristico sintetizzatore Moog seppe sprigionare.
Siamo di fronte ad un musicista completo, non esente da una cifra istrionica
che, talvolta,
sfiora eccessi circensi; ma la tecnica non si discute.
Il
rapporto con Bach è un dialogo continuo che inizia dagli anni di studio e,
ormai, si perde nelle performance odierne alla soglia dei sessantanni. Bach è
citato direttamente (tutto incominciò con quel Brandenburger nei Nice),
sovente dà la stura per nuove trame contrappuntistiche (pensiamo alla suite di Tarkus
in cui l’anima del Kantor qua e là tra le battute).
La
citazioni bachiane nell’opus emersoniano abbondano, pertanto ci limitereno a
tracciare un percorso esemplificativo piuttosto essenziale.
L’esperimento
sicuramente più appariscente è la trascrizione del primo movimento del Terzo
Concerto Brandeburghese (BWV 775), apparso in Ars Longa Vita Brevis del
1968: l’organo Hammond di Keith Emerson si sostituisce di fatto ad una timida
orchestra d’archi che si limita a puntellare episodi con qualche pizzicato. Lo
stimolo bachiano conferisce al tastierista la giusta vena improvvisativa che
traghetta una composizione classica in territori, all’epoca, ancora
inesplorati: il contrappunto originario si sposa con attitudini ritmiche
prossime al blues e da quelle dite indiavolate fuoriesce un fiume in piena di
note al cardiopalma.
Con
il trio Emerson Lake & Palmer, l’orientamento in direzione del classico
assume una vera e propria programmazione, quasi spinta dalla necessità di dare
vita a stilemi che, di fatto, cambieranno il corso storico del rock (è
sufficiente a pensare a Pictures at an Exhibition da Quadri per
un’esposizione di Musorgskij).
Già
nel primo album (Emerson Lake & Palmer – 1970), Bach si inserisce
in Knife Edge (il riff è ricalcato da una composizione di musica colta, Taras
Bulba del boemo Leos Janacek): verso la fine viene citata l’Allemanda
dalla Suite francese n. 3 in re minore (BWV 812); l’effetto è a dir
poco straniante: l’organo dà un tono quasi sacrale alla danza,
movimentata da una ritmica ipercinetica sostenuta dalla batteria.
Più
elaborato il trattamento della materia nel solo di pianoforte in Take
a Pebble: la pagina di riferimento è l’Invenzione a due voci n. 1
in Do maggiore (BWV 772), qui utilizzata come area di servizio per un itinerario
musicale assai ricco di sorprese. Si sente la “mano del pianista”: accarezza
l’input barocco per trasformarlo in nuance dal sapore quasi
impressionistico, sino a lambire modi armonici familiari al jazz, passando
attraverso la lezione romantica e novecentesca.
Degno
di interesse, il patchwork, pubblicato sull’album Tarkus (1971),
Hymn (The Only Way): l’attacco è la Toccata in Fa maggiore (BWV
540) mentre la parte cantata è sviluppata sul Preludio n. 6 in re minore
dal Clavicembalo Ben Temperato (BWV 851).
c)
E l’Italia non sta a ascoltare…
Il
primo gruppo che, sulla linea Nice-EL&P, introdusse la musica classica nel
pop furono Le Orme. Non a caso il loro secondo album si chiamava Collage
(1971) e già dalla tracklist ci si accorge subito che in Italia qualcosa sta
cambiando nell’universo della “musica leggera”: mischiano Scarlatti con il
rock, in cabina di regia Gianpiero Reverberi. L’amore per Bach si fa vivo nel
preludio di Una dolcezza nuova (dalla Ciaccona per violino dalla Partita
n. 2 in re minore BWV 1004) sino ad un omaggio evidente come l’album Contrappunti,
passando attraverso il remake di Brandeburger (a differenza della
versione dei Nice, qui non c’è l’orchestra).
Riguardo
al brano Contrappunti (contenuto nell’Lp omonimo), in realtà Tony
Pagliuca, tastierista delle Orme, dichiara di essersi rifatto alla Sonata per
pianoforte di Igor Stravinskij che, comunque, essendo una composizione
dichiaratamente neoclassica, vede in Bach un ineludibile pietra di
paragone. La scansione a canone, fusa alla ritmica barbara, fa sì che
Barocco e Novecento di incontrino in un crocevia dove la spontaneità del rock
opera una curiosa mediazione.
Il
progressive italiano è sensibile a Bach e lo dimostra in più occasioni: nel
1972 i genovesi Latte & Miele rielaboreranno una loro Passio Secundum
Mattheum che, nelle parti strumentali, riprende esplicitamente passi dal
capolavoro (notevole il lavoro sui cori).
Un
anno più tardi, sfruttando l’ondata barocca che seguì il Concerto Grosso
n. 1 dei New Trolls e la colonna sonora Milano Calibro 9 (Preludio Tema
Variazioni Canzona) degli Osanna, Bacalov scriverà le musiche di Contaminazione
per il Rovescio della Medaglia, basandosi su excerpta dal Clavicembalo Ben
Temperato e dai Concerti Brandeburghesi.
In
Contaminazione, grazie all’abilità strabiliante del tastierista Franco
Di Sabatino, l’impatto sonoro è illuminante: il Rovescio della Medaglia è un
gruppo con una radicata tradizione hard, eppure, grazie a Bacalov, ha
saputo realizzare una sintesi tra la durezza del linguaggio rock e il dettato
bachiano (ascoltare Sweet Suite e La grande fuga).
d)
Suggestioni bachiane nel progressive europeo
Escluso
il fenomeno Emerson, per altri gruppi storici il discorso “citazionale”
cambia; più che “citazioni”, “allusioni”. Prendiamo un duplice esempio
tra i più classici: i Genesis di Horizon e di Firth of Fifth; il
primo brano è un preludio per chitarra classica che pare uscito, per sbaglio
(?), dal Preludio della Suite per violoncello n. 1 in Sol BWV 1007; Firth of Fifth, invece, è una composizione di notevole
complessità. Ce ne accorgiamo subito, dalle prime note: l’intro di pianoforte
ha una densità contrappuntistica non facile da scorgersi nel panorama rock, ma
questa non è una pagina “rock”, attenzione. E’ una promenade di
scale che salgono e scendono, di bassi che danno ordini e di una classicità che
trascende qualsiasi genere. La frase di flauto, invece, si proietta dal barocco
verso la contemporaneità, quasi ad indicare la via tonale su cui deve muoversi
il pianoforte: la vetta è quel tutti che riprende il climax
dell’introduzione.
L’assolo
di chitarra, inizialmente, anticipa e riprende il tema del flauto, per
reinterpretarlo, riscriverlo, addirittura modificarlo, in una progressione ricca
di pathos quasi romantico: un momento individuale unico di alto
lirismo e di assoluta raffinatezza.
Se
Bach, ai primordi del rock progressivo, viene semplicemente citato o invitato a
nozze per rifacimenti non sempre azzeccati, con Keith Emerson lo si avverte come
un possibile punto di riferimento; ma nel momento in cui muta da auctor
in allusione,
si trasforma in uno strumento confermando un peso tradizionale che
varca qualsiasi genere e confine.
© 2004 Enrico Pietra & Riccardo Storti