Autore: Areknamés

 

Titolo: Omonimo

Etichetta Discografica: Black Widow BWRCD 071-2 (il CD è stato donato da Massimo Gasperini e Alberto Santamaria di Black Widow)

Anno: 2004

Collocazione: ARE 1

Credits: Lead guitar in Boredom Stefano Colombi

Musica e testi di Michele Epifani

Registrato e mixato da Michele Epifani e Areknames tra Marzo e Novembre 2002 agli Lentofumo Studios

Line up:  

Michele Epifani: organo, piano elettrico, synth, mellotron, clavicembalo, chitarra acustica e elettrica, flauto dolce e voci

Piero Ranalli: basso

Mino Vitelli: batteria, djembé, tabla araba, spring drum

 

Track list:

  1. A day among four walls
  2. Wasted time
  3. Down
  4. Season of death
  5. Boredom
  6. Grain of sand lost in the sea

Storia: (da uno scritto di Michele Epifani)

"BIOGRAFIA AREKNAMES Piccola premessa

La passione del rock progressivo (ma molto anche della psichedelia anni 60) è nata e cresciuta di pari passo con gli studi musicali classici (mi sono diplomato in organo e in composizione, seguo corsi di perfezionamento all’Accademia di S.Cecilia a Roma e alla Royal Accademy a Londra). Devo sicuramente a mio padre Leonardo Epifani, la passione per il rock progressivo, e lui stesso negli anni ’70 diede il suo piccolo contributo suonando il piano elettrico con i Diapason e la Preghiera di Sasso (ad esempio nel rarissimo Diapason/Preghiera di Sasso, split del ‘75 dove suona in entrambe le facciate).

Storia del gruppo e note sul significato del disco.

Nel 1997 si formano i Lentofumo. La formazione è un trio organo-basso-batteria. L'idea era chiara: fondere doom e progressive anni ’70.... In sostanza la mia attività di songwriter (sfogo dopo ore di musica colta) è di molto precedente al gruppo, e il momento di formarlo coincide in pratica con i primi risultati degni di essere in qualche modo concretizzati. La formazione è: Michele Epifani – organo e voce, Alessandro Del Conte – basso, Simone Antonini – batteria. Il gruppo registra due pezzi (Revelation e Slow Smoke) con mezzi di fortuna e si scioglie dopo pochi mesi.

Tuttavia le premesse ci sono già tutte, e il progetto nella sua essenza rimarrà invariato sino alla realizzazione del disco.

Io in ogni modo continuo a scrivere pezzi che registro (piano e voce) per un gruppo "immaginario" ipotizzando una sorta di concept album componendo un’unica lunga lyric frutto di sensazioni, sogni annotati e quant’altro possibile per descrivere metaforicamente un viaggio nell’inconscio; in una sorta di stato onirico si cerca di descrivere un percorso che partendo dall’illusorietà del mondo approda alla disillusione e ad un’amara presa di coscienza di quello che il mondo realmente è. Il tema di questo concept (per altro “nascosto” come nelle sinfonie di Mahler) non è decisivo per la fruizione del disco, ma comunque esiste. E lo si può ricostruire analizzandolo. Questo è il motivo per cui non se ne fa voce nel disco che rimane infatti privo di titolo. Anche l’artwork (frutto per altro di un mio sogno e poi realizzato concretamente da Piero Ranalli) è parte di questo concept, per quanto in senso inverso: l’uomo nella sua fisicità (simboleggiato dal mietitore in azione e dal teschio, e dalla terra in genere) approda (nella foto interna) ad uno stato metafisico e tuttavia illusorio.

Nel ’99 quella stessa formazione (a nome Arco del Pendolo), con l’aggiunta di Stefano Colombi alla chitarra (ospite nel disco come lead guitar su Boredom), cambia completamente direzione verso un Jazz/Prog canterburiano solo strumentale influenzato da gruppi come Magma, Nucleus, Soft Machine, Gong ecc. Il gruppo ha un’intensa attività live e ottiene un ottimo riscontro e una certa notorietà nei circuiti locali.

Nel frattempo la mole di pezzi scritti è notevole e, fatta una rigorosa cernita, decido di riprendere il discorso interrotto.

Nel 2000 il trio Lentofumo torna ad esistere con la stessa formazione iniziale eccetto per Alessandro Del Conte che è sostituito da Piero Ranalli, bassista degli Insider (band che aveva già tre dischi all’attivo). I Lentofumo sono in questo periodo un side-project di Arco Del Pendolo e Insider.

L’idea è quella di registrare i pezzi che avevo scritto nei tre anni precedenti in uno stile che si è negli anni arricchito di varie esperienze. Registriamo (sempre con mezzi di fortuna) otto pezzi in sala prove, sei dei quali costituiranno poi il disco d’esordio.

Nel 2001 l’Arco Del Pendolo si scioglie poco dopo aver registrato un demo, e Lentofumo diventa la mia band principale. In questo periodo Simone Antonini lascia la band, e per qualche tempo la formazione è instabile, e anche cambia nome in Mors In Fabula, e con questo nome inviamo un demo (praticamente i pezzi già registrati in sala prove...) ad alcune labels. Black Widow Records e Andromeda Relics sono le prime che dimostrano un certo interesse per la band.

Nel mese di dicembre 2001 Mino Vitelli (proveniente dai Perizona Experiment, con numerosi dischi all’attivo, tutti autoprodotti), si unisce al gruppo per sostituire Simone Antonini alla batteria e il gruppo vira verso krautrock, sperimentazione e l’improvvisazione anche se i pezzi che decidiamo di registrare non ne risentono più di tanto. E’ in questo periodo che il nome per la band cambia ancora (abbastanza simbolicamente) in Areknamés.

Nel frattempo, creato un mio proprio studio di registrazione, cominciano le sessions; improvvisatomi fonico e produttore, comincio un’avventura (forte dei miei studi di musica elettronica) che per alcuni aspetti è stata anche più ostica del previsto. Mino Vitelli, ultimate le sessions di batteria e percussioni, nel marzo 2002 si trasferisce a Dublino lasciando la band e poco dopo la BWR ci propone di pubblicare il lavoro. Degli otto pezzi registrati, due (la vecchia Slow Smoke e la suite di 18 minuti Neverland) sono rimasti fuori per motivi di spazio. Attualmente si è riunito al gruppo Simone Antonini, il nostro primo batterista."

Provenienza: Pescara

Recensione: Etichettare il rock degli Areknames con il (comodo) epiteto di gotico sarebbe riduttivo e - a dirla tutta - non sarebbe nemmeno giusto. C'è ben di più, benché la nuance sonora, in bilico tra hard rock, psichedelia e progressive, dimostri solidi radici con la grammatica delle tinte cupe.

Cosa colpisce è il (serio e mai gratuito) lavoro di recupero di sonorità anni Settanta in una prospettiva intelligente perché guarda avanti anche in termini di una codificazione classica del progressive contemporaneo, senza eccedere in barocchismi estetizzanti ma, semmai, prediligendo il lavoro di squadra, al di là di qualsiasi ottica individualistica. Anche nei momenti dove le masse sonore si concentrano per un presumibile "fortissimo" di rito, non c'è spazio per la retorica dell'epica newprog: è un suono che colpisce con una potenza sotterranea ma sempre molto naturale, recuperando la grezza spontaneità rock ma all'interno di un disegno pensato e curato.

Incuriosisce, qua e là, l'utilizzo di timbriche canterburiane, soprattutto all'organo (Down), memori dei Soft Machine, Caravan e Egg, ma totalmente (d)epurate di qualsiasi suggestione jazzistica: il risultato è particolare e entusiasmante.

Certe dilatazioni sonore, ai confini tra psichedelia e chitarre "dure", generano strane clonazioni tra i Pink Floyd early '70 e i Soundgarden (A day among four walls). La voce di Epifani va a scuola da Hammill e raggiunge pienamente la sufficienza in brani come Season of death e Boredom. Da notare anche le indubbie qualità di tastierista atmosferico dotato di un gusto consapevole: la sensibilità (anche storica) prevale sulla tecnica. Affiatata la sezione ritmica, capace di assecondare le intuizioni compositive del keyboards wizard.

In sostanza, un esordio positivo, soprattutto convincente per un prog che non rinnega il passato ma lo rivitalizza in funzione di esperienze recenti, tratte dal retroterra hard'n heavy.

 

Appendice del musicista: da un e-mail di Michele Epifani a Riccardo Storti:

"L'armamentario usato è: Hammond C3 ('72) customizzato dal sottoscritto, Yamaha DX21 (1985), Fender Rhodes (senza il do centrale!! era rotto!! ho dovuto fare a meno di quella nota per tutte le session!), Mellotron (bianco!!!), Clavicembalo italiano Hortus Musicus copia del Giusti 167?.... Questi strumenti sono tutti miei eccetto il Mellotron. L'unico mio rammarico è di non aver potuto usare il mio pianoforte per motivi tecnici... (sia lo studio che lui non sono molto propensi a spostarsi....).
Che suoni come un Farfisa non lo credo, a meno che non intendi il solo su Down dove uso un classico suono alla Ratledge... che tanto per svelare il mistero è semplicemente un fuzz per basso all'organo, il SUONO di CANTERBURY non è altro che questo.... però se ti interessa sappi che ho usato un Leslie Farfisa dei primi settanta da cui sono totalmente dipendente, con cui ho registrato anche le chitarre -Gibson 335- ma col motore spento, eccetto sulla chitarre di Grain of sand, dove puoi sentire chiaramente anche il suo lento estinguersi. Anche il basso è un Gibson Ripper dei primi 70' -il basso dei primi Goblin-che abbiamo poi scoperto essere appartenuto ad Ares Tavolazzi... eh eh ... Il Wurlitzer non l'ho mai sopportato... va bene solo per certe cose, il Rhodes è il migliore perchè più versatile. Un altro mio amore è l'Honher Electra Piano... è il suono di Elastic Rock dei Nucleus..... -sono passati 5 minuti, ho fissato il monitor pensando a quel capolavoro di disco e di gruppo....l'Assoluto...-
Piccola curiosità: ci sono sparse qua e là alcune citazioni dai miei dischi preferiti.... proprio l'assolo di Down, quello col fuzz, comincia e finisce con un citazione abbastanza chiara... praticamente un tema... mi interessava sapere se è percepibile o no.... l'hai riconosciuto??"

Soluzione: era Facelift da Third dei Soft Machine.

Contatti: epimic@virgilio.it

Sito band: http://www.pinealgland.it/areknamés.htm

Sito casa discografica: www.blackwidow.it 

Schedatore: Riccardo Storti

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